Monday, 10 December 2012

Serge





Il Belgio è considerato la patria del fumetto.

Ho un po’ di problemi con questa definizione. Il fumetto è una forma d’arte, non è che possa essere considerata “di proprietà” di una nazione. Non è che esiste “il paese della Musica” o quello “della Letteratura” o “del teatro”.

Alcuni paesi possono vantare di essere stati semmai la culla di una forma artistica. Il cinema è nato in Francia, l’Opera in Italia.

Il fumetto nasce ufficialmente negli Stati Uniti, anche se diversi esempi di proto-fumetti si ritrovano in Europa nel secolo precedente.



È anche vero che in alcuni periodi, alcuni paesi hanno vantare l’eccellenza in una data espressione artistica: la Russia e il romanzo nell’800, la Grecia e la scultura nel quinto e quarto secolo a.C., ma anche qui spesso si tratta di generalizzazioni a uso dei libri di storia.



Con tutto il rispetto e l’ammirazione per i vari Hergé, Peyo, Jacobs, Vandersteen, De Moor, Van Hamme e compagnia, credo che sia eccessivo parlare del Belgio come del paese dei più grandi fumetti di sempre (sarà anche questione di gusti).



Però è vero che in Belgio i fumetti sono considerati un patrimonio nazionale e i suoi autori degni di un posto nella storia della cultura del Novecento.

E questo è un bene.

Settimanali e quotidiani dedicano spazio alle uscite fumettistiche con recensioni e interviste, anche in rilievo, e già da tempo non sospetti, ben prima che le Graphic Novels divenissero oggetto di interesse anche alle fiere del libro tradizionali.

E questa considerazione per il medium in sé non è solo campanilistica: autori stranieri sono apprezzati e spesso invitati per mostre e retrospettive.



Se mi si dovesse chiedere chi è il migliore autore di fumetti tout court attualmente attivo oggi in Belgio, avrei qualche problema con la risposta. Ma se mi si chiede chi sia il miglior disegnatore/illustratore, allora non esiterei a dire: Serge Baeken.



Serge (mi posso permettere di chiamarlo per nome, visto che mi degna della sua amicizia) è attivo principalmente come illustratore per quotidiani e periodici fiamminghi, e conta un numero relativamente piccolo di fumetti (di vedano i suoi titoli per i tipi della Bries e della x-TRA) ma la sua abilità ha pochi pari.

È anche docente alla scuola Sint-Lukas di Anversa.

Le immagini che trovate in corredo all’articolo rendono solo in minima parte l’idea della poliedricità (per stili e tecniche) di questo straordinario artista.

Una delle cose che preferisco in assoluto è vedere i suoi schizzi ed ex-tempore. La loro vitalità, l’espressività del tratto, la facilità con sui riesce a improvvisare una composizione, il puro e semplice piacere del disegno che traspare.

Serge sembra anche un ottimo coach. Non ho avuto la fortuna di averlo come docente e posso solo basarmi sui commenti e pareri espressi anche sul mio lavoro.

Forse i suoi incoraggiamenti e complimenti sono dettati più dalla gentilezza e dalla sua bontà di carattere, ma è sempre pronto a dare qualche buon consiglio.

Soprattutto ha una vasta familiarità con lo stile di numerosissimi artisti ed è sempre in grado di “collocare” una prova all’interno di una determinata scuola, cogliere le parentele genetiche di un disegno.

Serge ha accettato di buon grado il mio invito a fare da disegnatore ospite per il mio fumetto (restate sintonizzati per futuri aggiornamenti). Gli ho inviato una pagina di sceneggiatura che ora sta terminando.

Vi lascio con una piccola anteprima…



Purtroppo Serge non ha un vero e proprio sito e il suo blog sembra essere defunto. Si possono però trovare diversi esempi dei suoi schizzi su Scrollection.blogspot.be












Wednesday, 21 November 2012

Rude e Toth


http://conceptart.org/forums/showthread.php?p=1024328

http://www.lettersofnote.com/2010/12/fake.html

ugh.
Ho appena scovato questo documento. Un po’ di contesto è d’obbligo.
 Nel 1986 Steve Rude era un cartoonist trentenne conosciuto principalmente per il fumetto indipendente Nexus, creato con Mike Baron. A quanto pare, prima di presentare una sua proposta per una storia di Johnny Quest (un personaggio che Rude ha sempre amato), ha pensato di chiedere lumi ad uno dei suoi idoli: Alex Toth, fumettista e illustratore che tra le altre cosa ha creato graficamente i personaggi di Johnny Quest.
Toth ha un curriiculum nell’animazione altrettanto nutrito quanto nel fumetto, ed è una specie di  gigante dalla reputazione quasi ineguagliata tra i fumettisti. La sua abilità in ogni fase di produzione (layout, inchistrazione, lettering, character design), la sua inventiva ma soprattutto l’incredibile controllo della narrazione sono incredibili.
Toth però è anche un professionista che non ha conosciuto la fama di un Kirby, di uno Stan Lee o di un Frank Miller. Ha lavorato per anni a fumetti di genere (western, rosa, supereroi) senza che il suo nome fosse collegato a nessun personaggio specifico. Forse Zorro e l’eroe a cartoni animati Space Ghost.
Toth ha creato graficamente Torpedo, ma ha lasciato il progetto quasi immediatamente perché ne disapprovava il contenuto (fu sostituito degnamente da Bernet).
Può anche essere che nel 1986 Alex Toth , che non ha nascosto negli ultimi anni della sua vita un certo disprezzo per la piega adulta e drammatica che ha caratterizzato i supereroi da allora, fosse parzialmente risentito del successo ottenuto da prodotti realizzati da artisti che sembravano ignorare i canoni del fumetto tradizionale. Non solo, leggo dalla biografia di Toth, che egli stesso ha subito in gioventù critiche altrettanto definitive da parte di un suo editor.
Faccio questa personale considerazione perché la risposta (molto lunga e persino generosa in un certo senso) di Toth alle matite inviate da Rude è dura e spietata quant’altre mai.
A mitigarne l’apparente virulenza ci sono solo la lunghezza  (Toth avrebbe potuto essere più vago ma altrettanto cattivo) e la frase in cui dice che se non avesse visto del potenziale, non si sarebbe nemmeno degnato di rispondere.
L’onestà di Toth può essere brutale, ma sembra genuina. Non sembra voler infierire su Rude per scoraggiarlo, ma per inculcargli delle nozioni che gli sono care: studia, impara, sii chiaro, racconta una storia e così via.
Posso solo immaginare che io di fronte a un una risposta del genere, specie se arrivasse da qualcuno che ammiro, ne uscirei a pezzi.
Da fuori mi verrebbe da dire che forse Toth avrebbe potuto aggiungere qualche nota si cosa Rude ha fatto bene. Chissà, forse in un caso del genere bisogna anche imparare a prendere dalla critica ciò che ci serve, senza lasciarci abbattere e persino per rafforzare il nostro proposito nel voler uscire dagli schemi (magari cercando ci capire come si possono infrangere le regole facendo funzionare il racconto comunque).
Allo stesso tempo, chiunque ha bisogno di tanto in tanto, di fare un bagno di umiltà e rileggere questa lunga lettera e soprattutto il finale, può aiutarci a tenerci coi piedi per terra.

Federico

Chiara odia i Social Network. Odia i blog. Odia i fiumi di inchiostro (anche se elettronico) versati per dare voce anche a chi non ha nulla da dire.
Non gli piace sostituire le relazioni personali con le relazioni tramite mezzi computerizzati.
Detesta che si possa pensare di "partecipare" a una protesta semplicemente condividendo uno status su Facebook o una foto su Twitter.

La boutade al posto del contenuto.
Io rispetto molto l'opinione di Chiara. Temo perfino che possa avere ragione.
Solo che Chiara è un personaggio inventato da me.

È basata su una persona che conosco più su altre di cui ho solo letto o con le quali mi sono scritto, ma non "esiste".

Eppure per me è molto reale. Forse per questo è anche il personaggio più facile da scrivere.

Provo a spiegale perché potrebbe avere torto.

Anzitutto se non fosse stato per internet, i blog, i social network, lei non esisterebbe. Tutto il materiale che ho potuto consultare per creare la storia di cui lei fa parte è stato recuperato (od ordinato) via internet. Tutte le persone contattate sono state raggiunte perché rintracciabili sul www.

E va bé, dice Chiara, ma io non ce l'ho mica con la tecnologia. Ce l'ho con chi pensa che questa renda "amiche" persone che nemmeno si conoscono col nome proprio. Con chi pensa che un blogger sia un giornalista.

Permettimi di risponderti.

Se non avessi condiviso la mia passione per Zaffino sul mio blog, non avrei conosciuto una serie di persone poi via Facebook.

Tra queste persone c'è Federico. Non è (ancora) un mio grande amico. A parte commentare a vicenda i nostri post, non facciamo molto altro. Lo so che questo è proprio il tipo di relazione povera che critichi, ma aspetta, prima di giudicare.

Se non ci fosse stato Facebook, non avrei avuto con lui nemmeno questo superficiale rapporto.

Federico ha gusti eccellenti: gli piacciono tutti i nomi giusti: Alex Toth, Will Eisner, Jordi Bernet, Jorge Zaffino, Corrado Mastrantuono, Milton Caniff.
E ha solo 15 anni (penso di avere a che fare con un possibile ragazzo prodigio).

Così l'ho tirato in mezzo nel nostro progetto. Sì Chiara, nel NOSTRO, perché dentro ci sei anche tu.

Per ora il ragazzo è molto umile. Dice (e io gli credo) che si esercita molto. A giudicare dalle sue prove (poco importa se si tratta di copie) direi che è sulla strada giusta, no?



Monday, 5 November 2012

Wednesday, 17 October 2012

Trial and Error



Ho disegnato le prime sei pagine del mio fumetto, quello di cui parlo già dal 2009 e di cui non penso di aver ancora rivelato il titolo.

È giusto fare il punto della situazione.

Dunque, a cavallo tra dicembre 2008 e gennaio 2009 sviluppo un concept con Alessandro Ferrari. Doveva essere un fumetto di genere, una crime story. Magari resa più originale della media grazie a un maggiore realismo col quale si sarebbe ritratto il contesto: la criminalità organizzata siciliana.

Era il momento di Gomorra. Il film e il libro stavano ricevendo una grandissima copertura mediatica, così ho pensato che forse ci si poteva spostare dalla Sicilia alla Campania per pure considerazioni di expoitation.

Il problema con la criminalità organizzata ben radicata sul territorio nella fiction è trovare il modo di introdurre il conflitto. Una faida o guerra di mafia che dir si voglia non era l’idea migliore: troppo altro il rischio di romanticizzare il mondo criminale (Romeo e Giulietta a Scampia? No grazie).

Raccontare la lotta alla criminalità da parte della polizia e/o magistratura?

Nemmeno. Il paradigma Indiani contro Cowboy è ridicolo e falso. Forse si potrebbe raccontare la difficoltà di portare avanti indagini in un contesto del genere, ma questo andava a scapito della prospettiva criminale che si era scelta.

Un lampo mi attraversa la mante: gli africani. Secondo Saviano la comunità africana di Castel Volturno è stata l’unica ad essersi “movimentata” contro la Camorra.

A dire il vero questa è una semplificazione rifiutata da altri tra cui Sergio Nazzaro, che però non ascrive nemmeno la “rivolta di Castel Volturno” ad uno scontro tra criminali Nigeriani e camorristi.

Ad ogni modo mi resta il pallino: i Nigeriani. Una prospettiva straniera sul mondo del crimine organizzato Italiano. Sono sicuro che Alessandro adorerà l’idea.

E infatti è così. Propone subito, in parte ispirato dai reportages di Fabrizio Gatti, di raccontare la vita degli immigrati clandestini nel Sud.

Anche se questo rappresenta non pochi problemi (chi viene in Italia per lavorare, magari con mezzi di fortuna, ha di solito poco a che fare con gli ambienti criminali come la Mafia Nigeriana), ma permetterebbe di allargare lo sguardo a una serie più vasta di problemi, spesso interconnessi.

Ok, fanculo la crime story e il genere. Raccontiamo la realtà, per quanto attraverso una storia inventata.

Proprio in questo momento scopro The Wire, e mi convinco di poter tentare la strada della narrazione “epica”: molti personaggi, diverse trame interconnesse, la creazione di un affresco imponente.

Per due anni scrivo e leggo, prendo appunti, raccolgo articoli, maturo contatti e mi ritrovo con un canovaccio molto lungo per una storia di circa 400 pagine, davvero ingestibile.

Per complicarmi la vita licenzio Alessandro quando mi accorgo che in questo folle progetto sto proseguendo su una strada mia senza mai consultarmi con lui (lui stesso se ne era accorto da un pezzo).

Nell’estate 2012 ho in mano le prime cento pagine di sceneggiatura.

L’idea è di cominciare a disegnare con la prospettiva di pubblicare on line a episodi di due o tre pagine alla volta.

Finalmente ho finito le prime sei .

E mi accorgo che ho sbagliato un sacco di cose.

Non solo in quelle sei pagine, ma in generale: ho fatto un bel po’ di scelte discutibili o deboli.

PAgo lo scotto di essermi imbarcato in un progetto troppo ambizioso in cui mi devo occupare di ogni aspetto, narrativo, stilistico e di ricerca.
Il modo in cui introduco i personaggi è debole o addirittura contraddice la loro personalità.

Anche lo storytelling visivo è zoppicante, alcuni salti tra una vingetta e la successiva sono poco chiari. Alcune scelte di prospettiva non aiutano il lettore a orientarsi nella scena.

Il dialogo cerca inutilmente di suonare naturalistico ma forse non è scorrevole.

Noproprio una Caporetto, ma nemmeno qualcosa di cui andare fieri.

Fare un fumetto tutto da solo richiede una varietà di competenze non indifferente: capacità di suscitare al curiosità di chi legge, chiarezza nell’esposizione (sia narrativa che visiva), sintesi, orecchio per il dialogo, saper distribuire le informazioni visive. Saper guidare l’occhio del lettore.

In sostanza sono tutti problemi di struttura, sia narrativa che visiva. Per meglio sviluppare queste capacità dovrei concentrarmi su piccole storie, per imparare a STRUTTURARE.

Con una storia lunga non so mai se il mancato disvelamento di una data informazione è una cosa buona (payoff sul lungo termine, maggiore realismo evitando di “far spiegare la storia ai personaggi”) o cattiva (il lettore non capisce nulla e si stufa a pagina 3).

Forse devo rivedere tutto.

E devo riscrivere Oniro come una serie di PICCOLE STORIE, concatenate s'intende, ma pensate come indipendenti. Ogni scena deve essere un’unità narrativa che al suo interno ha una introduzione uno svliluppo e una conclusione.

Dannazione.

Però non ho volgie di fermarmi, quindi mi sa che la pubblicazione online comincerà comunque.






Monday, 17 September 2012

Krypto...



ispirato a questo:



Tuesday, 11 September 2012

The Ultimate Zaffino Post




Any one of these problems requires real work and skill to resolve satisfactorily. Zaffino at his best could handle them all and make the effort invisible, freeing the reader to get lost in the story. His technique changed over time, growing more impressionistic, but he always seemed particularly interested in creating brooding moods and capturing remarkable subtleties of light and shadow. He'd create dense lattices of cross-hatching out of the most apparently casual lines, slapped down across his forms, lighting his figures in a way I'd never seen in comics before. The technique looked maniacal in flat reproduction. God only knows what the originals must have looked like.

Steve Lieber

His work does not instruct, it questions.
John Paul Leon




It was 1994 or 1995.
I was a teenager and I liked comic books, especially superheroes.

I purchased a past issue of Star Magazine, a monthly anthology title consisting exclusively of Marvel stories.

My attention was all for Spiderman: Sub-City by Todd McFarlane. The other “big” story published in the same issue was called Seven Block, written by Chuck Dixon, art by Jorge Zaffino.
It didn’t look like my cup of tea. There were no superheroes in it.(1)

I’m thirty-two now. I still read and enjoy comic books. My tastes changed a bit, though.

First influences


Jorge Zaffino was born on June the 13th, 1957 in Buenos Aires, where he would live for the rest of his life.


His father Jose Zaffino was an art instructor at the Pitman Academy.
.
It was him who enrolled Jorge in private group art classes taught by renowned Argentine art instructor Julio Juaregui and it was again his father who got him under the wing of brothers Enrique and Ricardo Villagran, in whose studio he initially worked as an unpaid assistant, at the early age of 16.

Magazines such as Creepy and Eerie, considered by many cartoonists to be the finest anthologies ever produced, introduced young Jorge to the works of artists like Alex Toth, Gene Colan and Frank Frazzetta.

Among his favourite artists there would be Hal Foster and Milton Caniff and laterin life expressed his admiration for the italian Sergio Toppi (it is also clear he was familiar with the work of Alberto Breccia and Hugo Pratt).

But the true role models for him where Cezanne, Howard Pyle, Rembrandt, Vermeer, Caravaggio and Velazquez.

  
He was almost obsessed by the way light interacts with the objects. He would copy hundreds of Rembrandts in order to figure out how it works,
Gerardo Zaffino.




Apprenticeship


After a year of washing brushes and erasing pencils for the 
Villagran brothers he got his first shot at drawing for the studio, doing pencils and background art and his output quickly earned him the appreciation of his fellow studio artists.

At 19 he was already producing work for Argentina's comic publishers serving as an artist for series like Nippur de Lagash, Tierra de Elfos, and Wolf. Hi style knew a remarkable evolution

 
(note the evolution between the pages left to right)

the chance for a breakthrough In the early 1980s, when Ricardo Villagran travelled to the US and brought along a few art samples by the studio artists to shop around.


In one of these occasions Chuck Dixon envisioned Jorge’s work for the first time. He was blown away. He wanted to work with the guy.

One of the articles I used to research this piece says that later:

“Zaffino visited Dixon in America, using money he had saved from his studio work and from a series of children's book illustrations done for friends.”

This detail might seem incidental, but its inclusion suggests that affording that trip wasn’t easy and conjures up the sympathetic image of a very modest working-class fellow.

Zaffino en Dixon finally got to work together on the three-issue series Winterworld, published by Eclipse in 1987. 
It would not go unnoticed.




American Breakthrough


During this period, I was working to turn the Punisher into a major leading character. One of the Punisher projects I had in the works was a graphic novel written by Jo Duffy. The Punisher character and Jo's script seemed like good matches for Jorge's dramatic and moody style. Jorge teamed up with Jo and the result was the very successful Assassins Guild graphic novel. Jorge's work was brilliant. I remember being blown away whenever Jorge mailed in a new batch of pages. Other editors and artists would sometimes visit my office and dig into the flat files to get a look at Jorge's latest work.
 Carl Potts 


After Assassins Guild, Zaffino teamed up again with Dixon on a second Punisher graphic novel, Kingdom Gone, in 1990. 



His career in the US would continue with the Marvel Series Critical Mass, where Zaffino and other artists illustrated the scripts by writer Dan Chichester.

Zaffino developed elements in his style which were already surfacing in Kingdom Gone: his detailed cross-hatching left in favor of bolder, only deceptively casual-looking patches of black.

"I think Toth always fed his simplicity," said  Zaffino's son Gerardo in an interview: "Although he covered the pages with lines, the composition was very simple. I remember watching his pencils and saying, 'Hey, when are you going to finish them?”

A taste of this “looser“ style are to find in projects like Hoover (with Carlos Trillo), Hellraiser, the Conan story The Horned God, and Seven Block, (these last two once more with Dixon)







Seven Block (a 45-page one-shot for Epic, the creator-owned imprint of Marvel Comics) especially stands out. Dixon's writing is incredibly tight (one of his best efforts in my opinion) and Zaffino manages to create a sense of dread throughout the piece with a fearless use of blacks.

When I saw the artwork for the first time, on the pages of Star Magazine, I did not like it.
I skipped Seven Block entirely and actually did not read it for another year or two.
It wasn’t a super hero story; it utilized a palette of “acid” colors and was too dark, too realistic. It almost looked like the art was Xeroxed several times: gritty, rough and black.

I liked bright colored comic books where heroes where clearly defined.


Though I wasn’t that keen on the then popular  “Image” style and preferring artists like John Byrne, Neal Adams, John Romita Sr., Kevin Maguire or Mike Zeck, Jorge was another category to me.

At the top of his game



His work displayed a raw power that is unmatched. He was like Joe Kubert in that you can see his 'hand' in the work. What seems like delicate and deliberate line work in reproduction would be revealed, on close inspection of the pages, as brutal and varied ink lines that looked as though they were thrown down casually. But they weren't. Jorge worked hard to achieve that look of spontaneity. Often he would finish an entire sequence only to tear it up and start over again.
 Chuck Dixon

This is the kind of quote that works very well, but that I often take with a grain of salt.
It seems to adhere too much to the stereotypical portrait of the struggling artist. In reality not many of them, when working on deadlines, can afford that kind of integrity and trash an entire sequence.
Still, I believe Dixon is no liar here. Especially if you compare the early stuff Zaffino produced with his later art, the evolution is staggering. HE clearly worked, and worked hard. The kind of sensibility his son and peers describe is clearly the one of someone CARING very much about his art.
It seems to me (and that is why I feel a particular affinity with him) that he considered every panel, every illustration as a challenge or a riddle: “How do I render this?”

Artist working with a “realistic” style have to face this kind of issues: how do I get it RIGHT? How to I suggest this texture, this movement, this light? And how do I do it using only black and white?

And on top of that, there is storytelling: body language, facial expressions, clarity in composition and blocking of the scenes. Maybe is because of this that Jorge thought of himself more as an Illustrator, because he was trying to resolve a stylistic enigma first.

Basically do not consider myself a storyteller. I can give you names of guys who are, such as "Lito" Fernandez, Altuna, Frank Szilagyi. They enjoy the genre and are narrators. Because cartooning is not about nice drawings, it's about telling a story. is rather a matter of creating an atmosphere than tell a story.

Jorge Zaffino

Funny is that he had an uncommon sense of composition (the balance in many of his pages is worth being studied) and an amazing storytelling craft: what happens is very clear on the page.

Bad Timing


As the 1990s proceeded, Zaffino got himself a place within the mainstream American scene, working on the ongoing series Terror Inc. for Marvel. Zaffino began the series at the height of his ability. Though his skills never wavered, his work had changed by the seventh issue.

Dixon attributes that to the monthly deadlines “Jorge wasn't built for”, while his son explains the troubles were of a more personal nature.

He spent time reflecting on his art and his personal life. "Jorge had not been well for many years, as he suffered from a persistent depression which is the reason for his producing so very little work these last years," said fellow Argentine comic artist Quique Alcatena to Comicon.com's Splash.


"This perhaps excessive professionalism brought him into conflict with deadline-minded editors, and Jorge got fewer and fewer jobs. Moreover, he was in a search for utter simplicity and synthesis in his line - he reneged from the more elaborate work he produced in the late '80s as being too cross-hatched, a fact which did not fail to earn his peers' applause, but which did not make him reader-friendly."

To some degree he couldn’t have chosen a worse period to enter the American market. The nineties were dominated by people like Jim Lee, Todd McFarlane, Rob Liefeld. It seems that the American teenagers wanted only splash pages and in-your-face gonzo action.

Even I did not like the art at first!

It is interesting the way I changed my opinion.

It was 1997. I was sixteen. I was attending Art school and by that time my taste in literature and comics was changing.

I used to play a role-playing game with some friends, called Cyberpunk 2020. The stories took place in a dystopian urban future, a cocktail that blended the apocalyptic visions of the approaching century from authors like Philip K. Dick, Williams Gibson, Rod Sterling, and movies like Blade Runner, Mad Max, Escape from N.Y., Soylent Green, The Terminator, as well as mangas and/or animes like AkiraThe Ghost in the Shell with some Pulp Fiction and The X-Files thrown in for good measure.

The game master's story arcs and ideas, combined with our style of playing (we were keener on acting than on rolling multi-faceted dices to see who would win a fight) made me think that, if put down on paper, our adventures would be really fun to read.

The gruesome resolution to a very tense scene we played one day had potential for a great comic book moment. and I decided to make a comic book out of our adventures (or at least attempt to).

Because of that, I had to figure out what the art would look like.

I went through my comic books collection l
ooking for references,and that creepy looking Seven Block came to mind. Even though I didn’t never really read that story until then, those panels had somehow grown on me.

I slipped the magazine out of the shelf and digged in to it.

And boy, was I mistaken the first time around!


The art was simply beautiful. Probably it had to do with me being an art student by then. Having to deal daily with drawing from life, I was finally able to see what Jorge Zaffino was doing with his rough, sketchy style.

What stroke me was that compared to a lot of other argentinian or italian artists who drew with a similar "impressionist" technique (i think of 
 (Hugo Pratt and Ivo Milazzo) where the shapes are defined by shadows and light rather than by lines, Zaffino had a "solidness" a presence I usually did not associate with this style.

The only fair equivalents I could find were John Buscema (when he did Conan) and maybe Alberto Breccia, but both were a lot more "baroque", or Tanino Liberatore who (to me) is a lot less skilled in composition and storytelling.

(Do not get me wrong, I love all of the above and I think they all are great artists, but on some lenghts Zaffino seemed to beat them all -still in my opinion)

Jorge had it all: a solid classic background, knowledge of anatomy and a fresh style, not caged by pointless nice artistic gestures.

"Retirement"




Unbeknownst to me, around that time Zaffino was focusing more on his painting and essentially left the US mainstream scene, illustrating books published in Argentina.

His last little story for the American market (once again by Chuck Dixon) was an 8-page jewel for the short lived Batman Black and White anthology.

Here Batman and a never-so-beautifully-drawn Commissioner Gordon look new and classic at the same time. He capture them in realistic poses, without taking the magic away from them. A trick only David Mazzucchelli managed to succeed with in Batman: Year One.



Jorge died of a heart attack on July 12 2002.

I was struggling with how to turn my thinking into strictly black and white. How to create depth? How to render the form on an object or figure? Studying Zaffino's work aided me in ways I will always appreciate. He answered many of my questions, and started me on asking new ones.


Tommy Lee Edwards

This is a late tribute to an artist's artist. Someone who may be shamefully forgotten because of his (relatively) small body of work, but who has left nonetheless a long lasting impression on a lot of other artists, many of which he never met.
I discovered a handful of fellow Italians (respected professionals like Gigi Cavenago, Roberto Zaghi among others) who have the same reverence for him.

Because of the stature of Zaffino among “connoisseurs” and the scarcity of originals, it is not that easy to find originals to buy and apparently those who possess one wouldn’t give it away.

I wanted to write longer and touch on every aspect of his art, but there are at least two good reasons not to do so:

1) There are some very good posts about the artists by other bloggers/reporters/artists worth reading that examine different facets of his art.


2) If a picture is worth a thousand words, then this gallery can count for millions. Enjoy the work of the man himself instead of reading my attempt to describe it.

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(1): Time did justice: I regard now Sub-City as one of the dumbest things I've ever read. Worse even than MacFarlane's debut as a writer: Torment, where at least he tried to create a style and to a convey sense of, well, torment.

Wednesday, 5 September 2012

69 Canzoni d'amore




Mi piace ascoltare dischi. Da piccolo mi piaceva sfogliare la collezione di vinili di mio fratello Fabio. Quando ancora non sapevo o non osavo “mettere su” un disco da solo sul costoso giradischi (sempre di mio fratello fabio), mi limitavo a osservare le copertine e fantasticare su che genere di musica poteva esserci dietro.
Le playlist personalizzate non esistevano, anche se era pratica comune creare i cosiddetti mix-tapes, se si amava la varietà bisognava comprare le compilation oppure ascoltare la radio, oppure trovare un baro o una tabaccheria con un Juke-Box (che non erano nemmeno così rari, ora che ci penso)
La porta per la musica per me è stata il cinema. Le memorabili melodie di John Williams per la “santissima trinità” (Guerre Stellari-Indiana Jones- Superman) mi hanno aperto le orecchie come Gesù a un sordo e presto sono diventato un avido ascoltatore di colonne sonore (avidità che col tempo è scemata) e anche questo ha contribuito a convincermi che la musica si ascoltasse ad “album”.
Quando Fabio si procurò il primo lettore CD attorno al 1987 o 88, a parte i riflessi arcobaleno sulla superfice a specchio del supporto , non credetti di essere di fronte a una rivoluzione, anche se passare in rassegna le piccole custodie non era la stessa cosa che sfogliare le grandi copertine dei 33-giri.
Eppure l’aumento dello spazio disponibile su un singolo disco cambiò alcune delle regole del gioco (un 33 -giri conteneva una volta 45 minuti circa di musica, contro i 75 di un CD).
Non posso dirlo con certezza, ma credo che la necessità di “riempire” il CD abbia spinto artisti e produttori a stipare di pezzi modesti degli album altrimenti più solidi e meglio concepiti.
Forse figlio della mia epoca frettolosa, io ho problemi quando un album esaurisce la carica dopo la terza traccia per regalare solo qualche emozione qui e la nei successivi due terzi della sua durata.
Oggi è diverso naturalmente e in fatto di musica POP sono diventato decisamente uno “shuffler”, e mi piace che il mio lettore mp3 salti tra un artista e l’altro liberamente, per evitare l’effetto noia.
Raramente mi capita tra le mani un album che mi piaccia dall’inizio alla fine, un album che alla fine di ogni brano mi faccia pensare: “adesso lo riascolto!” ma poi, mentre l a mano cerca il tasto SKIP BACK ecco che parte la traccia successiva e pensi “Ah, no prima ascolto questa!”
Mi succede con Aqualung dei Jethro Tull, Boys for Pele di Tory Amos, Ten Summoner’s Tales di Sting ad esempio (cover album e colonne sonore sono ovviamente esclusi da questo conteggio).
69 Love Songs dei Magnetic Fields
è uno di questi
Mi fu prestato da Alessandro Ferrari. Credo che lui se lo fosse procurato perché Neil Gaiman ha detto di aver scritto un intero story-arc di Sandman usandolo come sottofondo (al che mi chiedo come diavolo faccia ad ascoltare canzoni mentre scrive).
Ovviamente il titolo mi fece rabbrividire. Se c’è una cosa che mi ha tenuto per anni lontano dalla musica pop è proprio l’inflazione d’amore. Non si può cantare d’altro? (non è l’argomento a fare la differenza, ma l’esecuzione)*
Alcune note storiche da Wikipedia (uindi potrebbe essere tutto falso):
Stephen Merritt se  ne stava seduto in un piano bar gay a Manhattan (e qui ti vien voglia di andare in un piano bar gay di Manhattan solo per dire “Me ne stavo seduto in un piano bar gay a Manhattan") quando il pianista di turno si lanciò in una serie di interpretazioni di canzoni di Stephen Sondheim.
Ascoltandolo, Merritt capì che il musical (o il theatre revue) gli era congeniale e si mise in testa di scrivere cento canzoni d’amore come biglietto da visita. Si sarebbe esibito a teatro con quattro drag queen e il pubblico avrebbe scelto la migliore.
Il progetto però si rivelò fin troppo ambizioso e il cantautore “patteggiò” per 69 (che resta una cifra impressionante) (e credo che lasciò perdere anche l’idea delle drag queen) ma coinvolse la sua band (i Magnetic Fields) nel progetto. La cosa incredibile è che anziché centellinare un tale tesoro e vivere di rendita per i successivi 10 anni, il gruppo si è lanciato nella produzione di un TRIPLE ALBUM.
Considerazioni
I primi ascolti mi convinsero: mi sembrava un campionario di stili, un baule pieno di vecchi costumi, alcuni belli , altri meno. Non aiutava certo il fatto che sembrava registrato nella balera del mio quartiere con i microfoni a venti metri dai musicisti. Ma i lampi di grandezza che coglievo mi hanno spinto ad ascolti ripetuti, complice il fatto che dopo essermi copiato i CD, avevo restituito l’album ad Alessandro senza però aver copiato i titoli dei brani: non sapendo dove avrei ritrovato il brano che mi piaceva ero un po’ costretto a riascoltare tutto.
Poco alla volta la freschezza dei testi e la non comune vena melodica di Merritt, mi hanno conquistato e mi sono reso conto del prodigioso risultato.
Fa quasi incazzare ascoltare come il gruppo si sia sbizzarrito e “sprechi” per così dire idee sublimi, una dopo l’altra. L’album è prodotto in modo quasi spartano, gli arrangiamenti sono a volte più elaborati a volte molto semplici, anche se vivacizzati dalla performance divertita dei musicisti.
Non riesco a non pensare ogni volta che una tale miniera di melodie, testi e idee si meritava arrangiamenti più rigogliosi e un suono migliore.
O forse parte del fascino di questo album sta proprio nella sensazione che si ha di assistere a un esercizio di stile che non vuole prendersi troppo sul serio.
Non sto qui a fare una classifica dei miei brani preferiti, proprio perché questo è un album bello da ascoltare tutto.

PS: forse sarebbe una bella idea prendere 69 band o artisti di calibro e ri-produrre l’album con un cast “all-star”, lasciando che gli artisti re-interpretino i brani. Un assaggio di ciò che potrebbe diventare lo ascoltate qui (senza farmi distrarre dalla romcom)



*E comunque Merrit ha detto:  "69 Love Songs is not remotely an album about love. It's an album about love songs, which are very far away from anything to do with love".


Thursday, 28 June 2012

"Non abbiamo perso, abbiamo non vinto".









Involontario nonsense di Pierluigi Bersani, attuale (non si sa per quanto) segretario del PD, commentando i risultati dei ballottaggi delle amministrative.
Quando si perde una competizione si è sempre tentati di negare. Forse é un modo per gestire in modo non conflittuale le conseguenze psicologiche della sconfitta e per risparmiare energia.

La frustrazione che nasce dalla sconfitta genera rabbia e sentimenti che voglio censurare a più livelli. Un po’ perché mi è stato insegnato che arrabbiarsi non è bene. Un po’ perché la rabbia può portare allo scontro, che però spaventa e richiede un dispendio non indifferente di energie.

Meditare sulla sconfitta potrebbe mettere in discussione il mio approccio alla competizione e alla vita; comprendere i miei errori potrebbe costringermi a cambiare, il che comporterebbe un dispendio di energie.

La sconfitta pesa anche sulle aspettative deluse. Se si carica la vittoria di speranze, sogni, conseguenze e significati, il suo mancato conseguimento non mette in discussione solo il nostro passato, ma anche il nostro futuro.

Rifletto su queste cose perché ho perso.

Il concorso era il FOCUS STRIP AWARD, una competizione biennale indetta dal settimanale FOCUS (inserto di Knack/Le Vif). Non credevo che sarei stato selezionato, ma quando è successo (a quanto pare ci sono stati 10 selezionati su un totale di circa 100 candidature), ovviamente ho sperato di vincere.

Al di la delle tattiche (rivelatesi inutili) per vincere il premio di consolazione, aver mancato il primo premio mi ha seccato. E di conseguenza ho cominciato a "razionalizzare" e a riflettere sulla sconfitta.

La riflessione è stata utile, perché mi ha permesso di imparare.

VINCERE UN PREMIO ARTISTICO È DIFFICILE. Dipende certo dalla qualità del lavoro, ma in larga parte dalla giuria. Il corollario è che per facilitare la vittoria, bisognerebbe conoscere la giuria e cercare di fare il lavoro che possa piacergli maggiormente. Io e Peter non abbiamo partecipato con questo intento. Avevamo un fumetto di un certo tipo e abbiamo inviato quello. Non ci importava di essere alla moda o di ingraziarci la giuria. In questo senso solo l’essere selezionati è stato già un risultato.

Non abbiamo partecipato per vincere, o meglio, non abbiamo studiato la strategia a tavolino, abbiamo semplicemente presentato qualcosa che ci sembrava valido, consci anche dei nostri punti deboli.

(chi ha vinto ha presentato un fumetto che richiede meno lavoro dal punto di vista grafico, che lo abbiano premiato anche in vista della futura collaborazione con la rivista?)

E anche se avessimo fatto il possibile per "piacere" alla giuria, questa avrebbe potuto sempre preferici un altro concorrente.

Più che la nostra strategia, forse dovrei rivedere quell’altra cosa di cui parlavo: le aspettative che riponevo nella vittoria.

Mi avrebbe fatto diventare un "professionista" a tutti gli effetti ma devo anche ammettere (e lo dico davvero, non per sminuire la sconfitta) che ci sarebbero stati non pochi grattacapi: la vittoria avrebbe anche comportato l’onere di produrre una tavola alla settimana. Quasi impossibile senza lasciare il lavoro, cosa che ora non posso fare.

Ma ammettiamo pure la bruciatura. Ammettiamo pure la sconfitta, il fallimento, il disastro: perché sarebbe dovuta andare diversamente? Voglio dire: la giuria ha tutto il diritto di esprimere il vincitore che preferisce. Se non sono io… che ci posso fare?

Ecco. Sono contento di aver riflettuto ed elaborato su questo episodio e sono sereno.

Alcune parole sulla serata della premiazione: la mostra organizzata al museo del fumetto è bella. Le mie tavole erano presentate decorosamente, e sono tra le poche ad essere degli originali e non delle stampe digitali. La "cerimonia" stessa è stata invece una delusione. La disposizione spaziale delle persone, la difficoltà di gestire l’evento in modo bilingue, il collegamento Skype malriuscito con uno dei giurati, l’assenza di microfoni: terribile (sembra va organizzata da Italiani).

Non ho fatto comunella con gli altri autori e me ne pento un po’, ma ho passato gran parte del tempo con Peter, lo sceneggiatore, che conosco molto poco e con cui era doveroso fare una bella chiacchierata.

Chi lo sa. AUM potrebbe comunque avere un futuro.

Vi terremo informati.