Wednesday, 27 January 2010

... and all the pieces matter.



Di questa serie TV ne ho già accennato in altri post, ma non posso trattenermi dal postare un intervento più lungo.

Guardate The WIRE
The WIRE è una serie televisiva andata in onda sulla HBO dal 2002 al 2007, ora trasmessa in Italia sul canale satellitare Cult (dove credo che sia alla penultima stagione).
Credetemi se vi dico che è una delle cose migliori uscite negli ultimi anni. Attenti! Non una delle cose migliori viste in tv (in quel senso è semplicemente LA migliore), ma delle cose migliori punto.
Su questa serie è stato detto e scritto di tutto, anche da gente più qualificata di me: che è ai livelli di Dickens, che è forse il più grande romanzo americano degli ultimi quarant'anni, che sarà difficile eguagliarla etc.

Lo so, da anni oramai la televisione americana ci ha abituati a ottimi prodotti: Lost, Six Feet Under, Angels in America, i Soprano, The Shield, Battelstar Galactica, Dexter. Perché prestare orecchio all'ennesimo "consiglio per gli acquisti"? E chi ha il tempo di vedere tutta sta roba, poi?

Tutto vero. Ma proprio come i grandi libri (o i grandi film), The WIRE è una di quelle esperienze che trasformano lo spettatore.
Ecco, questo una serie TV non lo aveva ancora fatto.
LOST, che adoro, intreccia una fittissima rete di rimandi alla filosofia, alla religione, al mito, alla letteratura e alla cultura pop (tra cui la stessa TV), ma resta tuttavia confinata nelle sue citazioni intertestuali e non pretende mai di essere più quel che è: un'ottima serie d'intrattenimento. Intelligente, ma sempre intrattenimento.
The WIRE non è l'ennesima serie "scritta da Dio". Da The Wire se ne esce inevitabilmente arricchti.

(certo, se non volete che persino una serie TV vi ricordi in che mondo viviamo, terminate pure qui di leggere)

Io l'ho scoperta per caso, Alan Moore ne parlava in termini più che entusiastici in un'intervista a Entertainment Weekly. Mi sono incuriosito è ho visto un episodio. OK, ho pensato, non male.

Mi sono informato un po': "The WIRE è una serie ideata da David Simon, già creatore di Homicide - Life on the Streets e si svolge a Baltimora, come l'altra serie.
Io avevo un ottimo ricordo di Homicide. Era trasmessa "in chiaro" da Tele + quando la pay tv viaggiava ancora in VHF. Era la mia serie poliziesca preferita. Così come ER aveva decostruito il modo di raccontare gli ospedali, Homicide mostrava la quotidianità della squadra omicidi di Baltimora con un nuovo realismo e attenzione per i personaggi. Ma era molto più cinica di ER; ricordo che la trovavo quasi ammorbante. Lo show era deprimente eppure non riuscivi a staccartene.

A essere sincero io ricordavo che Homicide portava il credit di Paul Attanasio, sceneggiatore dell'ottimo Donnie Brasco e Quiz Show, nonché ideatore assieme a David Shore del personaggio di House MD. Chi è questo David Simon, quindi?

David Simon è in realtà il giornalista autore del libro (un romanzo di non-fiction) Homicide: a year in the streets of killing, da cui la serie ha preso spunto.
Licenziato dal quotidiano Baltimore Sun a causa di tagli sul personale, Simon si è trasferito a Los Angeles per un po', accettando di lavorare come produttore (un termine che nella TV americana indica in realtà gli scrittori) per la serie tratta dal suo libro e scrivendo anche alcune sceneggiature per NYPD Blues.

Stanco però dei compromessi hollywoodiani (per lui la serie Homicide non era sufficentemente realistica, nonostante fosse fino a quel punto una delle meno concilianti mai fatte), ha proposto al canale HBO il copione di The WIRE (in realtà ha prima realizzato un'altra minisiniserie tratta da un suo libro sullo spaccio di droga, The Corner, una specie di ideale prequel di The WIRE).

...

Circa un anno fa mi sono messo alla ricerca di modelli di narrazione che sapessero raccontare il funzionamento delle cose.

Roberto Saviano, nei suoi articoli e in numerosi interventi, ha spesso raccontato come il cinema non abbia saputo quasi mai raccontare la Mafia vera e il modo in cui essa influenza non solo la vita delle città e delle famiglie mafiose, ma l'intera economia e la società. Spesso, racconta Saviano, i classici del cinema gangsteristico come Il Padrino, Scarface, persino il più realistico e anti-romantico GoodFellas in fondo regalano un'epica che manca alla vera storia di Mafia, finendo non tanto col restituire la realtà della criminalità organizzata ma, paradossalmente, coll'influenzarla creando modelli mitologici per quel mondo. Non è il cinema che guarda la mafia, ma sono i mafiosi a guardare i film.

Il film Gomorra (guarda caso tratto da un altro romanzo di non-fiction scritto da un giornalista) ha provato a riscrivere il cinema di mafia con approccio neo-realista drammatizzando efficacemente le pagine di Saviano, eppure le storie che ne emergono risultano come isolate, episodiche, casuali.

The WIRE invece riesce nell'esperimento di creare un grande romanzo e come per tanti grandi romanzi (Moby Dick, Il Signore degli Anelli, Il Nome della Rosa), bisogna superare lo scoglio delle prime 200 pagine. La serie mette sin da subito parecchia carne al fuoco: molti personaggi, relazioni complicate tra di loro. Non solo: se lo si vede in lingua originale sono d'obbligo i sottotitoli. Ed anche allora bisogna guardare e ascoltare attentaente: ogni mondo espolrato ha il suo slang, specialmente i pusher di colore usano un vernacolo di cui non viene dato alcun glossario ("got some chrome" vuol dire essere armati, "do you feel me?" al posto di "do you hear me?", e capire cosa sono i re-ups, i package, i connect), ma anche la polizia e i giornalisti spesso parlano in gergo tecnico.

Ma superato questo primo scoglio, vi troverete catturati da una ricostruzione di lucidissimo realismo e profonda umanità.

A partire dal quinto episodio ero in trappola. The WIRE è una serie che crea dipendenza (lo ha praticamente ammesso ogni giornalista o scrittore che sia stato interrogato al riguardo)

(Ovviamente questo scoglio linguistico è aggirato nella versione italiana. Io ho visto solo alcune clip e devo dire che non c'è confronto, ma per una volta non mi sento di infierire sui doppiatori o su chi ha avuto il compito ingrato di curarne l'impossibile adattamento. Chiunque non sia più che abituato al materiale in lingua originale è meglio che si guardi la versione doppiata, magari riservandosi la lingua originale per una seconda visione, visto che ogni episodio merita/richiede una doppia visione).

Il pool di autori, che comprende romanzieri, giornalisti o ex-poliziotti che vantano poche collaborazioni con il cinema o la TV, ha costruito un intreccio narrativo vastissimo, ma di cui non si perde un filo.
Buona parte dei trucchi spesso usati in TV (la rivelazione bomba, i flashback esplicativi, i misteri da libro giallo, il cliffhanger) sono evitati con attenzione.
La serie non fa uso di musica, se si esclude la canzone dei titoli di testa, e alcuni rari montaggi fatti sempre usando pezzi pre-esistenti.
Gran parte degli eventi raccontati prende spunto da eventi reali, ma il tutto è unito da una scrittura abilissima e controllata.

Il cast è composto da caratteristi sconosciuti (solo Dominic West e Lance Reddick potrebbero essere noti al pubblico più grande per ruoli in Punisher: War Zone, Fringe, Lost o 300), ma tutti di primissimo livello. In particolare André Royo ci regala un personaggio, il tossico Bubbles, che oso definire il più toccante, umano e carismatico che si sia mai visto sui teleschermi.

Da principio The WIRE può essere scambiato per un "cop show", alla stregua di Hill Street Blues, nella prima serie ci si concentra sull'indagine condotta da un'unità speciale investigativa nel tentativo di incastrare un locale signore della droga, ma osservando i parallelismi tra le forze dell'ordine e il crimine organizzato, si capisce che The WIRE è più un commento alla società che non la storia di un'inchiesta.

Stagione dopo stagione lo sguardo si allarga verso ulteriori aspetti della città (i sindacati dei lavoratori portuali, le connessioni con i traffici internazionali, la politica cittadina, la corruzione, le speculazioni edilizie, il riciclaggio, il sistema scolastico, i media) ed è questa la cosa miracolosa della serie: il fatto che riesca a esplorare di fatto il capitalismo post-industriale usando come "filo conduttore" il traffico e lo spaccio di droga, ma tenendo d'occhio ogni livello.
In The WIRE abbiamo una vero spaccato di tutti gli strati della città: dai tossici, ai piccoli pusher, ai capi clan fino ai politici (di alto o basso livello), passando attraverso la vita di semplici cittadini, insegnanti, giornalisti e poliziotti.
E tutto questo seguendo un plot a prova di bomba, vasto ma non dispersivo.

Con l'eccezione dell'ultima stagione di Lost che debutterà a giorni, oso dire che proabilmente non vedrò più un'altra serie TV

Eccessivo? Forse, ma dopo avere aperto gli occhi grazie a questo capolavoro, perdere tempo con l'ennesima serie "scritta da Dio" ma assolutamente irrilevante sarebbe come tornare in The Matrix dopo aver preso al pillola rossa.

(Ma non credete mai a un tossico quando dice che vuole smettere: David Simon sta preparando intanto Tremé, sulla New Orleans post-uragano, e sapere che due degli attori di The WIRE tornano come protagonisti, devo ammettere, mi tenta).

Sinceramente sono sorpreso che una serie del genere sia arrivata in Italia. Quello che mi fa un po' rabbia è sapere che questo format potrebbe, anzi DOVREBBE essere esportato proprio da noi. Genova, Caserta, Bari potrebbero essere benissimo teatro di un esperimento del genere.

Ma sperare che un prodotto di uguale realismo possa essere finanziato e distribuito nel paese di Berlusconi, Mastella, Cuffaro e Bruno Vespa è più fantascienza di Avatar.